Accanto a ogni bambino, con un modo sempre unico di esserci.
Ogni incontro in ospedale porta con sé qualcosa di imprevedibile. Cambiano le stanze, i tempi, le condizioni cliniche, l’età dei bambini e dei ragazzi. Cambia il modo in cui una famiglia sta attraversando quel momento. Per questo non esiste un intervento standard, e i Dottor Sorriso lo sanno bene. Il loro intervento nasce dall’osservazione, dall’ascolto e dalla capacità di adattarsi a ciò che accade.
È una professionalità che si costruisce con l’esperienza e con competenze specifiche. Ogni Dottor Sorriso porta con sé strumenti diversi: c’è chi lavora molto con la musica, chi con il movimento, chi con l’improvvisazione, chi con il linguaggio, chi con piccoli oggetti capaci di diventare altro. Quando intervengono insieme, queste competenze si combinano e prendono forma in base al bambino che hanno davanti.
È quello che è accaduto con Edoardo, 11 anni, ricoverato nel reparto di cardiochirurgia dell’Ospedale Regina Margherita di Torino e in attesa di un trapianto. Durante le giornate in ospedale, anche la fisioterapia faceva parte del suo percorso. Un momento importante, ma non sempre facile da vivere con continuità e partecipazione.
Con lui, il Dottor Smilzo e il Dottor Astro hanno trovato una strada molto concreta: il gioco. Prima hanno iniziato a fare basket in camera, trasformando lo spazio disponibile in un piccolo campo improvvisato. Poi, quasi per caso, è nato un nuovo gioco, una specie di ping pong giocato con i libri. Non era un’attività preparata in anticipo. È nata in quella stanza, osservando Edoardo, il suo modo di reagire e il suo desiderio di partecipare.

Poco alla volta è diventata qualcosa di più di un passatempo. Edoardo è diventato parte attiva del gioco: ne conosceva le regole, le aspettava, le rilanciava. A un certo punto, la mamma ha comprato delle racchette vere. Sarebbe stato naturale usarle, e invece Edoardo, Smilzo e Astro hanno continuato a giocare con i libri. Perché ormai quel modo strano e tutto loro di giocare funzionava proprio così. Era diventato un codice condiviso, nato dentro la relazione e per questo impossibile da sostituire con qualcosa di più “corretto” e concreto.
La forza di questi interventi sta spesso qui, nel riconoscere ciò che può funzionare per quel bambino, in quel momento preciso. A volte la chiave è un gioco fisico, come nel caso di Edoardo. Altre volte è una passione contemporanea, capace di aprire un dialogo anche con chi tende a tenere le distanze.
Smilzo racconta, per esempio, di avere una particolare predisposizione con gli adolescenti e di usare anche i loro interessi per superare il primo muro. Con Noemi, una ragazza che frequenta il reparto da molti anni, l’aggancio è arrivato attraverso il K-pop. Smilzo ha finto di non conoscere il cantante di una band coreana, pur conoscendo bene quel mondo. È bastato quel piccolo gioco, credibile e rispettoso, per creare un contatto.
A volte, invece, la relazione prende la forma di un linguaggio condiviso. Come il legame che si è creato tra Baciccia e Davide, in grado di costruire un codice tutto loro, usando il dialetto ligure per i momenti felici e il dialetto siciliano per quelli arrabbiati. Un modo per dare forma agli stati d’animo e creare uno spazio riconoscibile, capace di riaprire porte che sembravano chiuse.
Sono episodi diversi, ma che raccontano lo stesso metodo. I Dottor Sorriso non portano in reparto un intervento già definito. Entrano in punta di piedi, osservano, ascoltano e costruiscono insieme al bambino il modo più rispettoso per incontrarlo davvero.
Per Edoardo, quella lingua è stata un gioco inventato con i libri. Per Noemi, una conversazione sul K-pop. Per Davide, un codice linguistico. Ogni volta, la relazione prende una forma nuova. Ed è proprio questa capacità di adattarsi che rende la presenza dei Dottor Sorriso così preziosa nei reparti ospedalieri.





