I momenti sospesi dell’ospedale e il ruolo dei Dottor Sorriso
In ospedale, l’attesa è spesso il primo contatto con il percorso di cura. È il momento che precede una visita, un esame o un ricovero. Si attende nei corridoi, nelle sale d’aspetto o davanti a una porta chiusa. E proprio lì, quando ancora non sta accadendo nulla, si concentra una parte importante dell’esperienza.
Per i bambini, questo tempo può essere difficile da affrontare. L’ambiente è diverso da quello abituale, i punti di riferimento cambiano e quello che sta per succedere non è sempre chiaro. Anche procedure considerate semplici, come un prelievo o una visita, possono diventare fonte di grande ansia, influenzando non solo l’esperienza ospedaliera ma anche la disponibilità a collaborare durante le cure.
Lo stesso vale per i genitori. Cercano di rassicurare e di distrarre, ma spesso vivono la stessa tensione dei figli. E quel clima si diffonde facilmente, basta poco perché l’inquietudine di uno si rifletta su chi gli sta intorno.
Ed è proprio in questa fase iniziale che l’intervento dei Dottor Sorriso assume un ruolo particolarmente significativo. Il loro intervento nasce dentro l’attesa e si adatta a ciò che quel momento richiede: a volte serve alleggerire la sala, altre volte accompagnare un bambino nei minuti che precedono una procedura. In entrambi i casi, il valore dell’intervento non risiede nel riempire il tempo, ma trasformarne la qualità.
Nelle grandi sale d’attesa dell’Ospedale Gaslini di Genova, per esempio, le famiglie possono restare anche per ore prima di una visita. I bambini si muovono inquieti, gli adulti seguono il monitor e l’attenzione si concentra sui numeri che scorrono lentamente. In questi contesti i Dottor Sorriso osservano, leggono l’atmosfera e scelgono come entrare in relazione.
A volte lo fanno con giochi visivi, piccoli oggetti trasformati, origami improvvisati o brevi scambi capaci di spostare l’attenzione. Sono interventi leggeri in apparenza, ma costruiti con grande precisione: servono a ridurre la tensione, a creare un varco e a restituire un po’ di respiro al bambino e a chi gli sta accanto.
È quello che è accaduto quando la Dottoressa Rita Fiorita ha incontrato Marco, un ragazzo con autismo visibilmente agitato. Accanto a lui, il padre e il nonno cercavano di tranquillizzarlo, mentre l’inquietudine del ragazzo attirava l’attenzione della sala e rendeva l’attesa più faticosa per tutti. Rita Fiorita non si è avvicinata subito. Ha osservato la scena, ha aspettato e ha lasciato che quel momento si mostrasse per quello che era. Poi ha tirato fuori un’armonica e ha iniziato a suonare poche note leggere.
Il cambiamento è arrivato poco alla volta. Marco ha rallentato i movimenti, si è voltato verso il suono e ha iniziato a seguirlo. Anche il padre e il nonno si sono distesi, e insieme a loro si è rilassata la sala. L’attesa non era finita, ma era diventata più sostenibile.
È così che lavora la Terapia del Sorriso in questi contesti: con interventi calibrati e mai imposti, capaci di stare dentro il momento senza forzarlo. I Dottor Sorriso accompagnano l’attesa con attività semplici, pensate per quel preciso bambino, per quella famiglia, per quella situazione. Interventi che cambiano forma, ma che hanno lo stesso obiettivo: abbassare la tensione e rendere più affrontabile ciò che sta per arrivare. Il bambino arriva alla visita o all’esame più disponibile e il lavoro del personale sanitario viene facilitato.
In ospedale, però, esiste anche un’altra attesa, che è meno visibile ma altrettanto importante, quella dei Dottor Sorriso. Anche il loro intervento richiede un tempo di osservazione, un’attenta valutazione del contesto perché ogni stanza non può essere attraversata allo stesso modo. Ci sono momenti in cui la cosa più giusta da fare è non entrare, non insistere e non anticipare. Aspettare, in questi casi, è già parte del lavoro.
Un esempio significativo di questo tipo di attesa si è verificato con Andrea, un ragazzo ricoverato da tempo, che per diversi giorni non aveva voluto incontrare i Dottor Sorriso. Ogni volta che passavano davanti alla sua stanza, il padre faceva cenno di non entrare: era chiaro che non fosse ancora il momento e che insistere avrebbe significato forzare un contatto che Andrea non era pronto ad accogliere.
Anche quel giorno la situazione sembrava la stessa. Poi qualcosa è cambiato. Il padre gli ha chiesto se se la sentisse di ricevere la visita, e Andrea ha detto di sì. È stato un segnale piccolo ma decisivo, perché indicava che la disponibilità all’incontro stava finalmente partendo da lui.
I Dottor Sorriso sono entrati con discrezione, mentre il padre continuava a prendersi cura di lui tra alimentazione e piccoli esercizi di riabilitazione. Andrea, che fino a quel momento aveva mantenuto distanza e chiusura, si è mostrato via via più partecipe: ha seguito la conversazione, ha reagito alle battute e ha lasciato emergere attenzione e curiosità.
È stato un momento semplice, ma molto significativo. Aver aspettato ha significato riconoscere che, in certi contesti, il rispetto dei tempi non è un passaggio accessorio, ma una condizione essenziale perché l’intervento possa accadere davvero. Un lavoro costruito sulla pazienza e sulla sensibilità, in cui anche l’attesa diventa parte integrante dell’intervento.
Perché in ospedale l’attesa non è mai solo tempo sospeso. È uno spazio in cui si costruisce l’esperienza della cura. Ed è proprio in questi momenti che può iniziare qualcosa di significativo.





